Italia minore: Sant’Agata de’Goti

Tra i borghi più belli d’Italia, Sant’Agata de’ Goti, nel beneventano, offre uno scenario mozzafiato in cima ad uno sperone di roccia tufacea

Franca Dell’Arciprete Scotti

 

 

Un borgo incredibilmente sospeso sopra un’enorme rocca di tufo.

Stratificazioni di epoche e popoli lungo i secoli.

Finestre, loggiati, balconi aperti audacemente su un costone ripido, costituito da un’antichissima eruzione vulcanica, che si alza a precipizio sopra una folta boscaglia e un torrente.

Intorno il panorama dei monti e delle valli del beneventano.

E’ Sant’Agata de’ Goti, uno dei borghi più belli d’Italia, bandiera arancione del Touring Club Italiano, a pochi chilometri sia da Napoli che da Caserta.

Un gioiello di quest’Italia minore da scoprire con pazienza e curiosità in un weekend.

Scorci e angoli decisamente romantici: non a caso Sant’Agata de’ Goti è stata scelta più volte come set cinematografico.

La pianta, cosiddetta a fuso, è di impronta medievale. Ma Sant’Agata ha una storia lunghissima che attraversa i secoli: città sannita, poi romana, bizantina, longobarda, normanna….. Cosa che non stupisce, vista la sua imprendibile posizione.

 

Due strade principali, via Aniello e via Martorano, lungo il perimetro, una spina di pesce centrale, e tra le due vie case gentilizie con all’interno gli orti che davano ampiamente di che sopravvivere.

Case aggrappate una all’altra in cima alla roccia di tufo, in modo da costruire un’altra cortina sopra la rocca.

Ma perché il paese si chiama Sant’Agata dei Goti?  La risposta è, ancora una volta, scritta nelle pietre della città.  In epoca normanna, arrivò in Campania la famiglia Drengot, caduta in disgrazia in Normandia dopo che il primogenito, per difendere una donna, aveva ucciso una persona vicina al duca Riccardo II di Normandia.

Per riconquistare la posizione sociale, i Drengot si misero dunque al servizio dell’imperatore, come mercenari.

E cosi Rainulfo Drengot ricevette in dono la rocca di Sant’Agata. E nacque Sant’Agata Drengot, divenuta nei secoli Sant’Agata De’Goti.

Si passeggia nel centro storico nelle vie lucide di acciottolato, scoprendo portali di pietra, campanili e cupole maiolicate come nella vicina costiera, facciate di chiese barocche che nascondono impianti romanici, resti di imponenti palazzi della nobiltà angioina e spagnola.

All’interno di chiese e palazzi, quando e se, si riesce a entrare, opere notevoli. Come l’affresco del Giudizio Universale del 1400 sulla controfacciata dell’Annunziata o il pavimento a mosaici con una ricca decorazione simbolica nella chiesa di San Menna.

Nei palazzi patrizi, oggi in parte trasformati in ottimi B&B, si aprono incredibili giardini pensili ricchi di aranci e limoni.

Nume tutelare Sant’Alfonso dei Liguori, Vescovo del ‘700 amatissimo dai Santagatesi, di cui si visitano i luoghi e le testimonianze.

 

Un altro nume tutelare molto più attuale è Bill de Blasio, sindaco di New York, originario di Sant’Agata, che ancora qui viene e possiede una bellissima casa.

Ma la passeggiata più strabiliante è quella alla base della rocca di tufo. Una scalinata ripida e accessibile solo in alcuni momenti dell’anno, con cinquanta metri di dislivello, porta in basso fino al fiume.

Le vene del tufo raccontano la storia e la geografia: solidificate nel contatto tra il gas della roccia e l’aria, formano dei camini che in alto si concludono con uno strato di pomici, frutto di un’antica eruzione vulcanica.

Qui, alla base della rocca, si appostavano i nemici nel tentativo di espugnare Sant’Agata. L’unica soluzione era scavare cunicoli nel tufo, nascosti tra la vegetazione, aiutati da un traditore che scavava dall’interno del paese.

Il massimo dell’astuzia era scavare in corrispondenza delle cisterne d’acqua o dei depositi di derrate alimentari.

 

 

A proposito di derrate alimentari, oggi la passeggiata a Sant’Agata è punteggiata da imperdibili soste gastronomiche.

E qui si apre un mondo davvero intrigante.

La mela annurca che si presta a infinite preparazioni, le nfrennule o tarallucci al finocchietto, salumi e salsicce speciali.

Le ricette sono le più varie e le più tipiche della cucina meridionale: parmigiana di melanzane, verdure ripiene, scarola e friarielli con pinoli, uva passa e acciughe, fiadoni ripieni di ricotta di bufala, formaggi freschi serviti con scorze d’arancia e miele, zuppe e paste fresche con legumi, mandorlati e babà.

Il riso pavese è stato protagonista di un bel connubio proprio a Sant’Agata.

Lo chef Federico Petti, santagatese di nascita e pavese d’adozione, ha cucinato nel chiostro del Comune di Sant’Agata un risotto d’eccezione, capace di unire la tradizione della gastronomia campana con quella della Lomellina, dedicandolo alla sua città.

Il Connubio, questo il nome evocativo dato alla ricetta esclusiva, utilizza il miglior Carnaroli in una versione invecchiata 18 mesi dal raccolto, con chicchi più strutturati che permettono un minor rilascio di amido ed un maggiore assorbimento di profumi e condimenti, grazie ad una grana più consistente e meno collosa che in cottura mantiene tutta la sua densità e compattezza.

Al Carnaroli, poi, per il suo risotto, Federico aggiunge sapientemente una crema di caprino prodotto a Sant’Agata, una spruzzata di polvere di ‘nfrennula (un tarallo tipico artigianale dell’Azienda agricola Perone di Sant’Agata) e il tocco inconsueto del centrifugato di mela annurca, tipica del beneventano, dell’Azienda agricola Giuseppe Buffolino.

Qui tutti i pasti, dal mezzogiorno alla sera, sono coronati da abbondanti libagioni a base di Aglianico e Falanghina.

Sarà curioso scoprire che solo da quaranta anni, per merito di Leonardo Mustilli, viene imbottigliata la Falanghina del Sannio, di cui oggi si producono 8.000.000 di bottiglie.

La sua è la cantina storica di Sant’Agata. La famiglia Mustilli dal 1700 produce vino e negli anni ’70 Leonardo Mustilli cominciò un monitoraggio dei vigneti della provincia di Benevento che da sola oggi produce il 50% delle uve di tutta la Campania. Così scoprì diciotto diverse varietà di uva, quasi sconosciute, tra cui la Falanghina che allora era utilizzata per migliorare i vini dei Castelli romani. Oggi, per merito di Mustilli, è il vino campano più diffuso e conosciuto al mondo.

Per scoprire il mondo del vino del Sannio a Sant’Agata, una delle più importanti Città del Vino dell’Italia meridionale, davvero originale il giro delle cantine sotterranee.

Tutto il borgo, non a caso costruito sul tufo, è scavato da cunicoli, molti dei quali trasformati in cantine private.

La visita delle cantine si conclude ovviamente con un’ottima degustazione oppure addirittura con un aperitivo servito tra le enormi botti di legno, come nella cava de L’Antico Borgo, dove si crea un’atmosfera magica e misteriosa.

 

 

Consigli di viaggio

Per soggiornare, Sant’Agata de’Goti offre ottimi B&B come La Perla del Sannio, Dimora Rainone, Agriturismo Ape Regina, famoso produttore di ottimi mieli.

Per gustare la cucina autentica del territorio, ottimi il Ristorante Antico Borgo, l’Agriturismo Buro, il Ristorante Fiore

Info: www.santagatadeigoti.net

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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