Ultima neve di primavera

In Canada, a Churchill, che si fregia del titolo di “capitale degli orsi”, e ad Arviat, nel Nunavut, l’ultima provincia istituita. Che ha di sicuro altrettanti orsi, ma nessun titolo altisonante


Testo e foto di Ada Grilli


Orsi & inuit: dei primi si sa che sono “votati” all’estinzione, dei secondi quasi nulla dato che sono in pace e ci lasciano in pace. Ma, presto o tardi, si estingueranno anche loro. Siamo andati a curiosare in un paio di località dell’Artico canadese, in quella Baia di Hudson che si incunea nel Paese come un Mediterraneo in Europa, un grande mare, più che una baia, a forma di sacchetto che, di solito, a novembre è completamente gelato e sulle cui coste hanno “nidificato” alcune migliaia di inuit, mentre su tutto lo specchio ghiacciato scorrazzano alcune migliaia di orsi polari. Ma… zoomiamo ancora su Churchill e poi su Arviat: due cittadine pressoché della stessa taglia, la prima di radici anglosassone, la seconda al cento per cento inuit.


Churchill, provincia canadese del Manitoba, un migliaio di abitanti, ultimo avamposto della società canadese vincente, e Arviat, provincia canadese del Nunavut, quasi il doppio di abitanti, primo avamposto artico della società inuit perdente. Tutte e due con gli orsi polari alle porte di casa e perciò ormai prese di mira dal turismo internazionale “chic”. Infatti, per andarci ci vuole un bel coraggio e un portafoglio gonfio, per non dire che guardarsi da una possibile zampata è affar tuo. Loro, gli abitanti bianchi di Churchill e quelli dai tratti mongoli di Arviat, ti avvertono: “alla larga dalle coste, non circolare nemmeno in centro paese dal pomeriggio in avanti, in caso di orso a passeggio infilarsi subito in un’automobile non importa di chi (comunque sempre aperta in strada per l’occasione), in caso di escursioni a piedi fuori dell’abitato non dimenticare almeno un fucile, nessuna passeggiata romantica sotto le stelle di notte dopo il ristorante o il bar”. Insomma: coprifuoco alle 17 o quasi, dipende dal mese in cui ci si va e, di conseguenza, dalla durata delle ore di luce.


Si dirà: ma che gusto c’è a fare migliaia di chilometri dall’Europa con scali in vari aeroporti per approdare sulla Baia di Hudson e non gustare la vita da turista con i suoi rituali sine qua non, il buon ristorante, la passeggiata fuori del gruppo, le ore piccole intorno a un whisky e i racconti delle avventure del giorno… Eppure c’è il gusto, soprattutto se un viaggio così lontano si evita di farlo diventare noioso e lo si costruisce invece un po’ divertente, per esempio parcheggiando l’aereo prima possibile, diciamo a Winnipeg, Minnesota, e proseguendo poi per una tratta di circa 800 km. fino a Thompson (la cittadina dei lupi riprodotti artisticamente lungo un simpatico percorso) in auto nella neve che ci sarà di certo, tra le foreste che non finiscono mai, in un silenzio assoluto e poi prendendo un trenino lentissimo, che copre i circa 400 km. di distanza in oltre sette ore, traballando nella notte artica fino ad arrivare, dopo tre giorni e tre notti dal punto di partenza in Italia, al posto degli orsi. Churchill, per l’appunto, dove non resta che pagare una somma considerevole per dormire in un alloggio e poi essere caricati sul “tundrabuggy” per l’incontro con il mitico orso polare.


Una volta nella tundra, su quel mezzo quasi anfibio con penumatici alti oltre un metro e mezzo, ci si confronta con l’orso dalla cabina ampiamente finestrata del buffo “tundra buggy” o, al massimo, dalla parte scoperta a poppa dove naturalmente bisogna sgomitare in tutte le lingue per guadagnare un punto di osservazione decente. E cosa fanno a novembre tutti quegli orsi nella tundra intorno a Churchill? Se ne vanno a zonzo, senza fretta e solitari. Forse un’orsa madre potrebbe avere i cuccioli al seguito, oppure al massimo si troveranno un paio di individui in assetto da guerra, ma sono scaramucce brevi e non sanguinarie, poi ognuno torna alla sua solitudine. Da orso, appunto. Per scene così, però, saremmo capaci di bruciare un anno di risparmi.

È fotogenico l’orso e fa tenerezza, perciò lo si fotografa ancora più volentieri, per esempio, di un coccodrillo o di una iena. Molto di altro, al di là della fotografia, in verità non resta da fare a Churchill, che pure ha un piccolo, delizioso museo con dignitoso bookshop (Eskimo Museum) racchiuso in un’unica stanza, una piccola installazione di documenti storici ben allestiti in una sala della stazione dei treni, alcuni negozi straripanti di orsi in tutte le salse e di tutte le misure. In pratica il pensiero corre già agli orsi del giorno dopo, quelli che vedremo questa volta in disperata ricerca di cibo in un’area vicina alla città dove trovano solo junk food, granaglie ormai fermentate, scaricate chissà quando e da chissà chi.

E duecentosessanta chilometri più a nord… Gli orsi di Arviat al mattino alle sette e mezzo sono già davanti alle porte ancora chiuse del supermercato. Il sindaco Bob Leonard che ogni giorno passa in Comune a sbrigare le faccende della piccola comunità inuit, ha l’ufficio proprio di fronte al supermercato. Abita poco lontano e ha un laboratorio suo personale a pochi passi, ma si muove in macchina a quell’ora, non si sa mai, e il fucile rigorosamente sul sedile accanto. Qui, ancora prima della fine di novembre del 2011, ne erano già stati uccisi sette, la quota massima consentita per questa comunità. La carne e la pelle sono utilizzate senza sprechi e soprattutto la pelle vale molto perché è il miglior isolante termico per il corpo umano. Da sempre gli inuit ci ricavano pantaloni e giacche spesse anche 6 o 7 cm.: gli unici capi in grado di difendere da temperature che possono raggiungere oltre 40 gradi sotto zero.


In giro tra le case e dentro le case se possibile a curiosare, non ci vuole molto per capire che essendo accuditi e addirittura viziati dallo stato canadese, vuoi per sensi di colpa per averli diseredati delle loro terre e del loro stile di vita ancestrale, vuoi perché tenendoli ammansiti evitano malumori e contestazioni identitarie, insomma a questi inuit non resta molto da fare. Molti scolpiscono la saponaria, seduti su uno sgabellino fuori di casa per non saturare di polvere le narici e i polmoni dei bambini, dunque praticamente in strada, a parecchi gradi sottozero, un unico arnese in mano a limare la pietra verdognola che è tenera e vellutata. Ne può uscire un orso, un inuit o una foca; i soggetti sono quelli della vita di tutti i giorni. A essere fortunati qualcuno che passa in quad e non può non notare gli stranieri a  zonzo con le macchine fotografiche al collo, si ferma, tira fuori dalla tasca la sua sculturina e aspetta una proposta di acquisto. Ma c’è anche un bel negozio, il Kiluk, l’unico e un po’ defilato, dove si trovano oggetti carini e ovviamente più costosi.


Hanno una buona manualità gli inuit, e molta grazia: le forme sono sempre morbide, i soggetti teneri, siano che escano da mani di donna o da mani grosse e corte maschili. In genere le donne lavorano su una sola dimensione creando arazzi di lana cotta, decorando gli interni delle loro bellissime calzature di pelo di foca -i kamiki- e usando colori intensi e non presenti in natura, forse solo sognati e desiderati. Uomini e donne, bambini e vecchi ad Arviat parlano ancora la loro lingua inuktitut, ma poi crescendo i bambini si anglicizzano, usano l’inglese a scuola e dimenticano la loro lingua: con la lingua scompare la memoria di una stile di vita e, con questa, affonda tutto un mondo. E con questo affonda l’identità e affiora lo spaesamento, la disperazione. Ci si può procurare alcool allora, o droghe, o ambedue, perché come si fa a capire se ha più senso comprare junk food al supermercato e guardare non stop le soap opera americane e canadesi, o piuttosto andare a caccia di caribù di foche e orsi e cantare dondolandosi al ritmo di un tamburo? E noi, i civilizzati, i sedentari, sempre puliti, sempre alla temperatura giusta né troppo calda né troppo fredda, sempre ben vestiti e ben carrozzati, vorremmo difenderli con due leggine che concedono qualche privilegio a questi pochi superstiti dell’era glaciale? Troppo tardi, ahimè: sono già sulla via dell’estinzione, poiché siedono su un territorio minato da tutti i nostri comfort di cui non avevano bisogno.


Info utili

Albergo a Churchill: Polar Inn & Suites, www.polarinn.com, polarinn@mts.net, a circa 200 m. dalla stazione, accogliente e caldo.
Albergo a Winnipeg: The Marlborough hotel, 4 stelle, direttore l’italo-canadese Mike Piscopo, in centro, www.themarlborough.ca
Escursioni nella tundra con il tundrabuggy: www.frontiersnorth.com.
Taxi a Churchill (utile per andare in cerca di orsi, per esempio nei pressi della discarica o al Polar Bear jail): tel. 204.675.2345.
Compagnia area per volare ad Arviat: Calm Air, www.calmair.com, volo di 40 minuti da Churchill ad Arviat.
Treno per/da Churchill, eventualmente anche da/per Winnipeg: www.viarail.com













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